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"Non esiste forma di violenza
peggiore della povertà. Anzi è la povertà
la prima forma di violenza"
M. Gandhi
A Maurizio
È difficile parlare dell'India senza che anche solo
il nome non rievochi nella mente di chi legge immagini romantiche
di un "paese che fu".
L'India dei Maharajah e dei Nawab degli stati principeschi, uomini
nelle cui mani era conservato il potere su 1/3 del territorio
e il destino di un 1/4 della popolazione. Reali tra i più
ricchi del mondo e possessori di regge di tale leggendaria bellezza
e sontuosità da poter rivaleggiare col medesimo Taj Mahal,
perla dell'impero Moghul, o con la Versailles del Re Sole. Palazzi
come quello della "città rosa",Jaipur, detto
il Palazzo dei Venti con le sue 953 finestre , tutte in marmo
traforato, che si aprivano sulla sua facciata. Per attenuarne
la luce cruda del deserto ,il maharajah di Bikaner aveva fatto
applicare alle finestre pannelli opalescenti d'ambra, topazio,
alabastro e giada; invece le mure di candido marmo del palazzo
di Udaipur sorgevano dalle acque scintillanti di un lago, dando
l'impressione di un vascello fantasma; il palazzo del maharajah
di Mysore aveva più di seicento locali, una ventina dei
quali adibiti ad ospitare esclusivamente collezioni di tigri,
pantere, elefanti e bufali selvatici impagliati, trofei strappati
al cuore della jungla da tre generazioni di principi cacciatori.
C'era l'India dei Sahib, gli ultimi grandi colonizzatori venuti
dall'Ovest e che avevano fatto di quella regione il gioiello
più splendente della corona dei loro sovrani. Uno dei
più grandi imperi del mondo su cui realmente non calava
mai il sole e aveva stimolato l'immaginario romantico e pittoresco
di scrittori come Kipling il quale in cambio aveva legittimato
la presenza del suo popolo in India come una missione ("the
white man burden"), dove un pugno di uomini e funzionari
ben addestrati riusciva a governare su una regione così
vasta e complessa. E' questa era anche l'India delle partite
di cricket sui prati del Bengal Club di Calcutta, di quelle di
polo disputate nella polvere del deserto del Rajasthan e delle
cacce alla tigre negli assolati altipiani dell' Assam, l'India
di una casta di uomini che piantonavano il passo del Khyber verso
le feroci popolazioni dell'Afganistan e inseguivano i ribelli
Pathan persuasi della loro superiorità mentre bevevano
"whisky and soda" sulle verande dei loro club "for
only Whites". Gli infiniti spazi del continente indiano
aveva offerto a questi giovani inglesi di Birmingham, New Castle,
Manchester, Aberdeen ciò che non poteva dar loro l'angusta
geografia della patria insulare: un grandioso palcoscenico dove
saziare la loro sete d'avventure. Anche loro entrarono a far
parte della leggenda di questo grande paese e dell'ultimo impero
del mondo.
E c'era l'India di Hesse che credeva nell'azione purificatrice
dell'Oriente nei confronti di un Occidente che stava soccombendo
sotto l'ascesa Hitleriana; l'India delle grandi religioni del
bacino del Gange con le sue città sacre, i suoi guru,
i suoi soyit e da cui anche il Govinda incominciò la sua
diabasi filosofica e morale; l'India di Gandhi e quella misteriosa
colla sua aurea di misticismo o quella ricca di promesse dai
forzieri ricolmi di argento, pietre preziose, avorio, te e ogni
ben di Dio come apparve ai suoi colonizzatori.
Questa era l'India, paese grande come un subcontinente che s'estenda
dall'aridissimo deserto del Thar lungo le pendici dell' Himalaia
fino alla jungla del golfo del Bengala, e questa è tuttora
l'India, ricca in ogni sua vestigia, nazione che come tutte le
grandi culture orientali si ritrova nel gravoso compito di dover
conciliare il mercato di concepimento occidentale con tradizioni
millenarie alternandosi nel contempo tra i valori guida morali
del Mahatma e i principi pragmatici impostale da Nehru.
Eppure, può sembrare sconcertante, l'India nella sua concezione
più ampia non esiste e solo il parlarne la rende reale.
Esistono ,invece, i 57000 villaggi di Gandhi, che forse è
stato l'unico veramente in grado di capire il suo popolo, è
ognuno di essi è India; stiamo parlando di un paese paradossale
e ricco di contrasti: non hanno una lingua comune, una koinè,
e per comunicare un Indiano del Punjab e uno dell'Hyderabad sono
costretti a ricorrere alla lingua degli ex-colonizzatori.Non
c'è un'unica religione, ovvero c'è un induismo
che si divide in migliaia di branche e di sette annoverando un
pantheon divino da far invidia a quello degli antichi Greci (c'è
ne sono delle più strane da quelle che adorano esplicitamente
il fallo alle più intellettualizzate brahaminiche, benché
tutte restino fedeli ai principi dei sacri Veda);ci sono i Giainisti
che li riconosci per le strade perché portano la tradizionale
mascherina alla bocca per non uccidere inavvertitamente i microbi;
ci sono i Parsi, una delle più antiche religioni del mondo,
che si fanno discendere dallo Zoroastrismo persiano e che tra
i loro culti non contemplano l'inumazione dei loro morti ma costruiscono
per essi alte torri affinché gli avvoltoi possano cibarsene;
i fieri Sikh del tempio d'oro di Amristad seguaci del guru Nanak
che per precetto non possono tagliarsi né i capelli né
la barba per tutta la vita ma li portano avvolti in pesanti turbanti;
i Mussulmani, seconda religione dell'India, rimasti come ricordo
dell'antico impero Moghul; i Buddisti di cui è facile
incontrare i monaci scalzi e vestiti col tradizionale saio arancione
per le strade a fare la questua (non dimentichiamoci inoltre
che da quando la Cina ha militarmente occupato il Tibet il Dalai
Lama vive in India);i Cristiani la cui religione è stata
introdotta dagli ultimi conquistatori e ha trovato un valido
alfiere nella figura di Madre Teresa.
Ma i contrasti non si fermano solo a un problema di credo: nazione
ricchissima e al tempo stesso indigente; terra di alcune università
tra le migliori di tutta l'Asia (l'ultimo premio nobel per l'economia
è un professore di Calcutta) e i cui studenti sono i secondi
vincitori dopo i Giapponesi nell'assegnazione delle borse di
studio delle facoltà americane e di masse proletarie nella
più completa ignoranza; paese che ha avuto come primo
ministro una delle donne più potenti del mondo (e a cui
non è improbabile seguirà ben presto una Sonia
Gandhi) e al tempo stesso in cui l'emancipazione femminile è
ancora tutta da combattere (sussistono ancora i matrimoni combinati
e gli aborti se l'ecografia prenatale conferma un feto femminile);i
precetti gandho-induisti della non-violenza e la bomba atomica;
hanno avuto testi sacri di secoli precedenti alla nostra Bibbia
e ancora vi regna l'analfabetismo; possiedono templi con bassorilievi
di un erotismo tale da apparire sconcertante per noi Europei
e al tempo stesso non c'è mai stata una rivoluzione sessuale
e ancora oggi l'argomento è tabù.
Come si fa a parlare di India? Non esiste neanche una razza indiana
(scuri scuri al Sud,quasi bianchi e orientaleggianti al Nord)
a cui far riferimento e i tratti somatici da Est a Ovest da Nord
a Sud cambiano moltissimo. Non esiste una lingua, una religione
eppure a più di 50 anni dalla sua indipendenza questo
melting pot che ha fermentato per millenni è una realtà.
Ovunque vai: dalle pendici dell'Himalaia fino alla punta estrema
del Deccan la nazione indiana rimane un tutt'uno. Restano i riti,
gli usi, gli ideali, l'organizzazione più o meno caotica
(o forse è meglio dire "all'indiana"),i saree
(dal primo ministro alla serva nessuna donna ha mai rinunciato
all'eleganza dell'abito nazionale e al tikla).
In ogni sua sfaccettatura, in tutte le sue incongruenze, in ogni
sua piccola comunità, in ognuno dei suoi 57000 villaggi.
l'Indiano vive in modo contingente la propria vita; non si preoccupa
del futuro che è nella mani di Shiva. Mangia con le mani
(solo la destra può portare il cibo alla bocca perché
la sinistra preposta alla pulizia delle parti intime è
considerata impura),il cibo è praticamente uguale (riso,
curry, pesce, pollo, montone, dahl, panati e molti vegetali);regalare
una ghirlanda di fiori a una donna equivale a una proposta di
matrimonio (mentre non è inconsueto regalarlo ad un uomo)
così come è disdicevole salutarne una allungando
apertamente le mani all'occidentale (in India ci si saluta piegandosi
leggermente e giungendo le mani facendo seguire al tutto un "Nameste");in
casa si sta solo a piedi nudi, mai con le scarpe che devono restare
vicino all'uscio (uso più che civile se si pensa a tutta
la sporcizia che si può portare in casa dalle strade).Sputano
ovunque e in modo denso, durante la fila alla banca per ritirare
lo stipendio, per strada, nella hall degli arrivi dell'aeroporto.
Non capisco perché. Anche le donne. Sarà forse
per il betel che masticano o forse perché il saper sputare
è indice di una capacità artistica loro. Il senso
religioso è profondo in ogni Indiano e questi festeggia
qualsiasi festività: dai numerosi riti indù, al
Ramadan mussulmano, al Santo Natale (sinceramente non ho mai
capito se per vera devozione o se per pigrizia, anche se l'Indiano
non è pigro e svogliato ma è solo il tempo che
corre in un modo molto diverso da noi e lascia la possibilità
quando si voglia di gustarsi una tazza di tchai e di fare quattro
chiacchiere).Gli Indiani è gente tutto sommato semplice,
ingenua. Se sei straniero si sentono affascinati e allora ti
circondano, ti riempiono di domande, vogliono sapere tutto e
non sono mai sazi, condividendo con te una cultura che ha fatto
della gentilezza un obbligo. E' motivo di orgoglio avere un amico
che viene da così lontano.
Vanno pazzi per il cricket (altro lascito degli Inglesi) e le
storie melodrammatiche (Titanic è tuttora film da cartellone
laggiù),dell'Italia conoscono (ahimè) solo Sonia
Gandhi e poi si mettono a ridere. Io me li sono scelti per amici.
Ho l'Indiano da cui vado a telefonare: un uomo così vecchio
che ha fatto in tempo a vedere l'ultimo viceré delle Indie.
Non parla una parola che sia una di Inglese (non so chi racconta
che negli ex territori dell'Impero Britannico ognuno parli Inglese:
questa è gente che per la maggior parte viaggia pochissimo
e la lingua di Albione è parlata malissimo o con un ritmo
cantilenante che lo rende simile a una terribile filastrocca
per bambini).Tutte le volte che dico "Ciao" si mette
a ridere (parlo tranquillamente in Italiano tanto al di là
del linguaggio universale dei gesti non abbiamo altro modo per
intenderci) e batte le mani sulle ginocchia. Mi offre del lassi.
C'è quello da cui compro la roba da mangiare. Ha un negozietto
che definire lurido è un eufemismo a pochi passi dal portone
di casa mia. Siamo amici eppure non riesce a desistere dalla
tentazione di fregarmi sempre quelle 3 o 4 rupie. Passa le ore
al negozio a vedersi le partite di cricket (quest'anno mi spiega
il Calcutta guida il campionato) che poi cerca di commentarmi
non capendo la mia naturale indifferenza verso tale sport. Una
sola volta abbiamo litigato perché mi avvolgeva i chicken-roll
nella carta del giornale del mattino. Non ho mai questionato
sulle penosissime condizioni igieniche in cui versava il locale
ma mangiare il mio cibo nella carta del giornale che qualche
ignoto aveva letto francamente mi dava fastidio. Non c'è
stato niente da fare: solo il giorno dopo come accontentino i
fogli del giornale erano in Inglese e non più in Bengoli.
E come dimenticare il mio padrone di casa, Pritam, che la notte
di capodanno messa a letto la moglie scende giù da me
portandosi dietro una bottiglia di (schifoso) vino per festeggiare
all'anno nuovo.
Questa è l'India che vive nella sua gente, un'altra cultura
in un altro paese che per me è una "love story"
che dura da tre generazioni (da mio nonno, studioso e erudito
del consolato italiano, a mio padre che vi nacque nell'anno che
sancì la separazione in un bagno di sangue tra il paese
mussulmano voluto da Jinnah e la più grande democrazia
del mondo, fino a me che sono cresciuto a Baroda da bambino e
la mia prima lingua è stato l'Indi e solo secondariamente
l'Italiano).Eppure l'India nel corso di questi quasi cent'anni
è cambiata pochissimo forse per la vastità di questo
subcontinente o per l'autarchia impostole dai suoi primi governanti
o per la sua cultura antica di millenni, sta di fatto che difficilmente
ciò che veniva da fuori prima ad ora riusciva a penetrarvi
e anche se, può sembrare strano, tutte le volte che il
turista o l'amante di questo paese vi torna è sempre una
prima volta e allora come già era successo precedentemente
subito ti colpiscono e quasi tramortiscono gli odori. Gli odori
dell'India: spia d'allarme che allerta tutti i tuoi sensi ancor
prima di scendere dall'aereo. E' un misto nell'aria di fumi di
incenso, di essenze preziose, del sandalo e dei numerosi fiorai
che ai quattro angoli delle strade vendono la loro merce che
tradiscono la profonda sovrapposizione tra la vita religiosa
rinchiusa nei templi e l'essere quotidiano. Solo secondariamente
il paese si apre in tutto il suo splendore: nei suoi colori che
brillano ancor di più al sole forte, il caos delle sue
strade congeste dal traffico e brulicanti di vita e la serenità
profonda dei suoi paesaggi sconfinati nel momento a cui al cemento
subentrano dolci bananeti dai caschi rigogliosi di frutta, al
puzzo dei gas di scarico le verdi risaie, al vociare dei mercanti
l'allegro sberciare delle anatre che nuotano placide negli stagni.
Nelle strade, nelle campagne bambini dai capelli scuri, gli occhi
neri e profondi e la pelle lucida e bruciata dal sole si rincorrono
schiamazzando scalzi o completamente nudi nel goffo tentativo
di far alzare un grande aquilone vermiglio o si tuffano nelle
pozze d'acqua o si schizzano dagli idranti cittadini nel vano
tentativo di fuggire all'afa pomeridiana. Mi chiedono i guanti
in lattice che usiamo nell'infermeria, loro li gonfiano e ne
fanno mostruose teste. Qualsiasi cosa tragga di tasca anche la
più insignificante è per loro un gioco mai visto
e a guardarli nel cuore del loro stupore mi commuovo. Mi chiedono
a gran voce una penna per scrivere perché questo è
un bene difficile da reperire se sei un bambino povero. Se proprio
voglio vederli felici mi presento con dei dolci: caramelle, cioccolato,
dolci indiani fatti col riso. A distanza di mesi mi ricordo tutti
i loro nomi: Sabibbu, Sabina, Meleck, Azia e molti, molti altri.
L'India non è solo questo. Non è solo folclore,
fascino e bambini felici.
Torno a casa una sera tardi e il volontario olandese mi indica
esterrefatto ai lati della strada:"Look, look Andrea!".
A pochi metri da casa mia due indiani sono accovacciati attorno
a un fuocherello nell'atto di infilzare un topo per farselo allo
spiedo. E i topi a Calcutta abbondano, quasi più dei bambini:
ne ho trovati a bizzeffe anche negli ospedali pubblici, li ho
in casa, quando vado a comprarmi la roba da mangiare nel mio
negozietto li vedo venir su un poco timorosi da dietro i sacchi
di patate e di farina.
L'India è sporca. Non è un'esperienza per rupofobici.
La gente non ha un tetto sotto cui dormire e dorme un po' ovunque
per strada. Nessuna via né scampa: che sia il portico
del consolato U.S.A. all'antro delle scale di casa tua. Si sa:
anche questa è l'India è bisogna cercare di chiudere
un occhio. Li sento fino a tardi ridere e vociare. Si raccontano
storie penso. Poi tutto tace. A volte quando torno tardi a casa
la sera dalla clinica mi obbligano a estenuanti gincane per evitare
di calpestarli (fra l'altro in parecchie zone di Calcutta manca
totalmente l'illuminazione notturna e quindi devo premunirmi
prima di una torcia elettrica, nelle campagne va ancora peggio:
la luce non è neanche mai giunta).
Non ci sono i cassonetti dei rifiuti e all'inizio può
sembrare un tantino strano dover lanciare quello che butti ai
lati delle strade dove già molti prima di te hanno fatto
dei piccoli cumuli della loro immondizia. Toccherà poi
alla lotta tra l'uomo, il cane, la vacca e il topo aggiudicare
chi potrà accaparrarsi ciò che di meglio è
rimasto nel tuo sacchetto. Non è raro vedere l'uomo e
il cane lottare per il medesimo boccone.
A Calcutta c'è anche la speranza e tutti parlano di Madre
Teresa e la chiamano e la invocano semplicemente come "la
Madre". Nel loro sincretismo gli Indi (come chiamiamo noi
volontari europei affettuosamente gli indigeni) l'hanno già
fatta una di loro. Troviamo un moribondo per strada e subito
qualcuno aggiunge "portiamolo dalla Madre" (è
morta ma ancora si parla di lei e della sua opera come se fosse
viva). Per le strade di Calcutta c'è di tutto: lebbra,
HIV, colera, difterite, tifo e sinceramente non mi meraviglierei
se ci fosse ancora l'antica minaccia microbiologica del genere
umano: la peste. Le suore di Madre Teresa s'attivano alle 5 del
mattino e accolgono tutti, raccolgono tutti, casi disperati orfani
di qualsiasi generosità. Hanno otto centri di accoglienza,
poco più di 80 volontari, un lebbrosario a Titagarth appena
fuori Calcutta e pochissimi mezzi. Stanno peggio di noi. Sono
ateo: la mia non è una difesa partigiana eppure la casa
delle sorelle è uno dei pochi posti "umani"
che ho trovato qui e ci vado spesso. A due passi dalla Mother
House sorge la mosche. Dal minareto il muezzin scandisce il mio
tempo e quello dei i devoti, lungo la strada pascolano le vacche
sacre all'Induismo. A Calcutta si vive pigiati: non di rado succede
che nemici storici siano costretti a dividersi il pianerottolo
di casa. Ogni volta penso se questa città, la città
della sanguinaria dea Kali, con i suoi più di 15 milioni
di disperati, il suo traffico selvaggio e l'inquinamento mortale
non sia altro che un grosso errore storico-politico-sociale-geografico.
Non dovrebbe esistere, alla fine concordo. Qui ho visto ancora
i risciò trainati a mano di Lapierriana memoria. Qui quando
i monsoni si ripercuotono con più violenza del solito
una massa di disperati dalle campagne convergono per rimediare
alla perdita delle coltivazioni. A tutto questo diverse organizzazioni
cercano di apportare rimedio. L' I.I.M.C. (Indian Institute for
Mother and Child) per cui lavoro io insieme a molti altri volontari
europei (per lo più studenti di medicina membri dell'I.F.M.S.A.)
gestisce un indoor clinic (circa trenta posti letto per i casi
più disperati di malnutrizione) e tre outdoor clinic nei
villaggi limitrofi. Le condizioni igieniche sono disastrose benché
dopo tantissimi sforzi si è riusciti ad ottenere un qualche
miglioramento. Il sapone e l'acqua potabile valgono più
delle penicelline, il dono dell'istruzione per i figli di famiglie
contadine che hanno subito da centinaia di generazioni l'oltraggio
dell'analfabetismo ha un valore inestimabile.
L'India è lenta a progredire. Poco o niente ci passa il
governo locale. Far ospedalizzare un paziente per patologie più
gravi di un'infezione cutanea da stafilococco o di malnutrizione
comporta l'onere di doversi pagare tutto e a caro prezzo (dal
letto dell'ospedale a tutti gli esami ematologici). Esistono
dei free-bed ma sono sempre inesorabilmente occupati fino al
momento in cui non fai balenare alla mente di chi li gestisce
la possibilità di una piccola tangente. La corruzione
è dilagante e per tutto serve denaro. Il sociale in India
non esiste: è un lusso da paesi ricchi e il divario tra
chi può e chi non può è drammaticamente
sconvolgente in ogni suo aspetto. Un contadino guadagna 500 rupie
al mese e ha in media 3-4 figli, davanti al suo piccolo appezzamento
il grande latifondista guadagna quella cifra moltiplicato per
migliaia e migliaia di volte, un esame degli elettroliti costa
400 Rs, 600 Rs/die è il posto letto in un ospedale che
non sia una fossa comune, per regalare un pallone ai bambini
ho speso 100 Rs. Certo, ad essere sinceri, a noi Europei ci va
di lusso. E' una pacchia: i prezzi sono bassi e con 200 Rs mangi
al miglior ristorante di Calcutta, ma quando vedi chi paga tutto
questo e chi ne fa le spese è realmente difficile mandar
giù il boccone. D'altra parte un medico non specializzato
guadagna più di 8000 Rs (di più se è specializzato).350
$ lo stipendio di un professore universitario. Per loro l'apparato
imprenditoriale ha messo a disposizioni ospedali e cliniche private
della cui efficienza anche noi restiamo sbalorditi. Per cercare
di venir incontro alla sua popolazione l'India tenta di produrre
da sé ciò di cui necessita e di importare il meno
possibile ma per certa tecnologia proprio non c'è la fa
e allora i prezzi salgono e divengono proibitivi. Ecco perché
l'India non si può permettere di buttar via niente: tutto
viene riciclato dai biglietti del metrò (Calcutta è
l'unica città indiana con la metropolitana) alle bottigliette
della Coca-Cola. Ciò che si rompe viene riparato, rimaneggiato
nella quasi totale scarsità di pezzi di ricambio più
e più volte fino a che divenuto proprio inutilizzabile
non viene adibito a qualche altro uso (e allora una macchina
vecchia e scassata può divenire una voliera per i polli).
Alla base di questo riciclaggio anche della più infinitesima
componente del macchinario produttivo industriale indiano non
c'è come si potrebbe pensare una qualche valida struttura
organizzativa: tu butti per terra, qualcuno che sta peggio di
te prima o poi raccatta ciò che tu hai scartato. L'India
è un paese povero e questo è il suo ciclo della
merce, come il ciclo delle anime comandato dal Karma: tutto a
un ritorno, niente realmente muore, neanche gli escrementi vi
sfuggono: vengono raccolti, attaccati ai muri delle case per
essiccare. Più tardi serviranno come combustibile per
accendere i fuochi lungo le vie.
Gli Indiani vivono alla giornata, s'appassionano di cricket e
trafficano in tutto (prima di arrivare nelle tue tasche qualsiasi
prodotto passerà tra diverse mani lasciando in ognuna
di loro un poco della sua ricchezza), la sanità è
un disastro, dell'inquinamento neanche parlarne, forse quest'anno
l'economia grazie agli investimenti stranieri andrà un
po' meglio ma intanto lo stato dell' Unione dal Kashmir, ai Sikh,
ai Tamil è preoccupante, il controllo demografico semplicemente
non é più sotto controllo (la Cina sarà
ben contenta di lasciare nel nuovo millennio all'India il primato
poco invidiabile di paese più popoloso del mondo), ma
gli Indiani fanno spallucce, trovano sempre il tempo di prendere
il tchai e di fare conversazione. Mi dicono che è da migliaia
di anni che l'India è così, che non si può
cambiare l'India e che il problema sussiste solo per noi Europei.
La bambina mi sta morendo in ospedale per shock perché
la scorsa infezione di Stafilococco Pyogenes le ha ridotto i
reni a brandelli. Mi confido con uno dei dottori indiani che
lavora con me perché ho paura che la bimba non supererà
la notte e Dio solo sa la voglia che ho addosso di confidarmi
con qualcuno. Lui mi sorride, in quel modo ineffabile di cui
la virtù hanno solo gli Indiani e mi sembra nella sua
serenità d'animo simile a Krishna. "Vedi, tu ti preoccupi
per una bambina che muore e mai ti sei chiesto quante ogni giorno
nelle campagne indiane ne nascano".
Il problema è risolto.
Sono uno straniero. Non parlo la lingua, non conosco gli usi,
la loro burocrazia è di molto peggiore della nostra e
tutte le volte che voglio fare qualcosa senza pagare la tip questa
mi sommerge, mi inghiotte. Mi sento uno stupido. A distanza di
migliaia di chilometri da casa mi sento uno stupido. Incomincio
a chiedermi se il problema gravoso del Terzo Mondo non sia solo
un'invenzione concepita dai nostri cuori troppo sensibili di
Occidentali.
"E' la mentalità" dice il nefrologo scuotendo
la testa, ma anche lui quando mi sono presentato con la bambina
con l'uremia alle stelle e in emergenza mi ha fatto perdere tempo
parlandomi di cazzate, dell'Italia, della medicina, mi ha offerto
il tchai, mi ha presentato ai colleghi. Nella stanza accanto
una bimba di dieci anni se ne stava andando.
Un padre di famiglia mi porta suo figlio che versa in condizioni
gravissime e al tempo stesso nella sua capanna dalle mure di
fango altre quattro o cinque bocche attendono di essere sfamate.
Come dimenticare tutto questo?
Tutto il resto è frustrante, le soddisfazioni poche ma
intense.
Ho pochi mezzi. Per un numero così svariato di patologie
non ne ho in controparte una adeguata copertura farmacologica.
A chiedere un eco o un Rx di emergenza i medici si mettono a
ridere. Un po' perché nella loro cultura dai ritmi così
lenti il concetto di emergenza non esiste, un po' perché
è impossibile avere questi test di laboratorio velocemente
se non paghi le esorbitanti cifre delle cliniche private. Della
maggior parte della farmacopea che mi è disponibile non
reputo che un valore non di molto superiore a quella di un placebo
e per il resto mi raccomando a Ganesh,il dio dalla testa di elefante,
o a chi per lui. Viviamo degli aiuti che provengono dal primo
mondo e che ora mi sembra così lontano. Le istruzioni
dei miei farmaci più validi sono in Norvegese, in Italiano,
in Svedese, in Giapponese, in Francese e nelle lingue di tutte
le anime pie che venendo in questo buco di mondo prima di me
se li sono portati dietro. Da Madre Teresa, che se non altro
è il nome più famoso quaggiù, è la
medesima storia: appena sanno che sono Italiano mi piazzano lì
20-30 posologie scritte nella lingua del Manzoni perché
le possa tradurre nel mio penosissimo Inglese. Gli Americani
hanno mandato scatole e scatole di antidepressivi visto che da
loro e (forse) il farmaco più venduto e usato. Mi viene
da sorridere: in un paese in cui una semplice tonsillite lascia
sequele indelebili nessuno soffrirà mai più di
depressione. Evviva! Non mi meraviglierei se tra tante scatoline
e boccette non saltasse perfino fuori anche il famigerato viagra
o la pillola contro l'obesità.
L'assurdo dopotutto si accompagna sempre colla tragedia.
Una volontaria prima di partire mi ha ricordato che per quanto
può essere orribile qui, dobbiamo sempre ricordarci che
siamo Europei, che questo non è il nostro mondo. Ha ragione.
Penso che abbia ragione. Non è il mio mondo e il mio non
è altro che un'altra forma di turismo intelligente e come
tutti gli altri Europei mi sono ridotto a far shopping (non che
Calcutta offra qualcos'altro da fare). Ho comprato della seta
blu, un paio di saree per delle ragazze che molto probabilmente
neanche verranno a prenderseli, dei monili in argento, le solite
cose insomma. Ben presto sarò di ritorno nel paese in
cui il lotto smuove ogni giorno miliardi su miliardi. Tornando
a casa mi sembrerà tutto un sogno e intanto continuo a
ripetermi: 300, con 300 rupie vaccino un bambino contro l'epatite
B per tutta la vita, con 100$ ho la possibilità di finanziare
per tutto un mese un liceo. Non c'è niente da capire:
è tutta una questione di soldi: se ce li hai puoi fare
questo o quello, se non ce li hai non puoi fare niente. Semplice,
no?!
Il Terzo Mondo è feroce. Idealizzarlo, credetemi, un atto
ignobile.
Questa è l'India, come l'ho vista io: nel suo splendore
e nella sua miseria e diversa da come avevo iniziato a raccontarla.
Delle sontuose regge principesche dei Maharajah sono rimasti
grandi palazzi vuoti che nell'incuria ancora rimandano ai ricordi
dei festosi ricevimenti, dell'antico impero non resta quasi più
niente. Tutto è caduto nella polvere, ma a Calcutta in
questa stagione asciutta splende un sole primaverile, i bambini
nelle loro uniformi azzurre vanno a scuola stringendosi per mano,
ci sono ancora i venditori di cianfrusaglie lungo le strade,
le indiane sono di una bellezza enigmatica e sconvolgente a cui
nessuno di noi è abituato, il caos è quello di
sempre. Piano, piano le cose lentamente miglioreranno. Perché
non può essere altrimenti. L'India come tutti i grandi
pachidermi non è mai stata mai molto veloce nei suoi movimenti.
100 U.S.$=4100 Rupie (Rs)
Chiken-roll: specie di omelette ripiene di pollo
Dahl: condimento del riso molto speziato
Guru: maestro e guida spirituale
Lassi: bevanda rinfrescante indiana fatta con yogurt e
latte
Nameste: lett. "Che la tua anima sia con Dio"
Panati: pane indiano
Soyi: Indovini e astrologhi. Hanno un peso non irrilevante
nella vita di ogni giorno. Senza il loro consulto molti Indiani
non iniziano alcuna trattativa commerciale o intraprendono alcun
progetto.
Tchai: te con latte. Gli Indiani lo bevono più
e più volte al giorno (grosso modo l'uso corrisponde al
nostro caffè)
Tikla: Simbolo rosso che le donne indiane appongono sulla
loro fronte
Andrea
Bernasconi
Medical Student
Andrea Bernasconi è uno studente del sesto anno di
medicina all'Università di Pavia che ha avuto la possibilità
attraverso l'International Federation of Medical Students' Associations
(I.F.M.S.A.) di poter svolgere attività di volontariato
medico presso l'Indian Institute for Mother and Child (I.I.M.C.)
di Calcutta.
"Questo racconto è anche un mezzo per sentire vicino
un amico conosciuto in rete che oggi è nuovamente per
il mondo col suo bagaglio di pietà e curiosità;questi
sono gli umani che fanno vivere la speranza.
Ciao Andrea,torna presto visto che non potrai mai mandarla quella
cartolina da Kukes...."
Redazione ProgettoIHAD
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